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I Cicli Esistenziali

Intervista a Loris Adauto Muner

- Cosa intendi per cicli esistenziali?

Il percorso esistenziale è un processo di metamorfosi cicliche. Si divide in due grandi fasi: la prima parte della vita ha come compito la realizzazione dell’indipendenza, l’affermazione dell’Ego e la sua integrazione in un Io maturo e autonomo, la seconda parte la rinuncia alla volontà di potere e alle illusioni dell’Avere. L’Essere ricerca la propria individuazione e si rivolge alla ricerca della conoscenza  trascendente.

Queste due grandi fasi si suddividono in cicli, che tradizionalmente vengono indicati in sette anni e si raccolgono in gruppi di ventuno anni. Sono passaggi iniziatici, crisi esistenziali che permettono l’accesso a fasi successive di sviluppo fisico, animico e spirituale:

0 – 21 anni nascita, infanzia, transizione dell’adolescenza. Il compito è sviluppare l’attaccamento ai propri genitori, l’adattamento e l’esplorazione dell’ambiente in cui l’Anima si è incarnata: sviluppare le abilità relazionali attraverso il gioco e l’interazione nel gruppo dei pari, affrontare le sfide della pubertà e dell’adolescenza. Sciogliere l’attaccamento dalla famiglia.

21 – 42 anni prima maturità: essere iniziato al gruppo degli adulti, conquistare un posto nella gerarchia sociale, corteggiare e sposarsi, allevare figli, sapersi procurare il sostentamento, saper difendere il proprio territorio.

42 – 63 anni transizione della metà della vita, entrare nella dimensione sacra e cerimoniale della vita, accettare le responsabilità della tarda maturità, prendere posto nel Consiglio degli Educatori. Essere portatore di pace e solidarietà.

63 – 84 anni transizione della tarda età, trasmettere la memoria della cultura e della tradizione riconosciute nella propria esperienza esistenziale, essere riferimento di saggezza, preparazione al passaggio nell’Altrove…

Lo scopo della vita sta nella realizzazione progressiva di questo programma archetipico che è inscritto nel codice del Sé. L’evoluzione dell’Essere incarnato è ininterrotta, anzi la seconda metà della vita è determinante nel processo di autorealizzazione.  Solo la morte pone fine alle possibilità di sviluppo su questo piano.

- Perché è importante per chi vuole svolgere la professione di counselor conoscere e “integrare” i cicli esistenziali?

L’unica regola importante è: Sperimentare in se stessi. Vivere in prima persona osservandosi mentre si vive. Come dicono i Monaci del Deserto: fai attenzione a te stesso! La consapevolezza nell’esperienza è il fine, soltanto se si è consapevoli di sé e dei propri limiti, possiamo empatizzare con l’altro superando i giudizi che ci tengono nell’illusione della separatezza.

Dalla consapevolezza che non ce la faremmo a superare questi stretti passaggi se non fossimo guidati da una Sapienza Superiore, possiamo riconoscerci in ogni Essere umano e destarci all’Amore che supera le differenze create dall’Egologia del merito, e dall’Amore fiorisce e si sviluppa  l’Essere Umano.  In questo senso penso che non serva a molto, in un lavoro di ascolto e aiuto concreto, avere accumulato tante nozioni ed essere bravi funamboli della Mente, foss’anche della Mente Illuminata, è l’esperienza che ci dice chi siamo e l’esperienza ci dice che non sappiamo niente se non lo sappiamo in un’autentica apertura di cuore e nella  fiducia nell’Altro.

Per il lavoro sui cicli esistenziali cerchiamo di accedere alla sapienza dei simboli, capaci di farci percepire la rivelazione del Tutto Uno e che a livello dell’inconscio collettivo appartengono all’umanità intera. Ho ideato un percorso simbolico che permette di attivare le forze archetipiche e aiuta a compiere in modo consapevole quei passaggi esistenziali che segnano il confine tra un ciclo esistenziale e l’altro.

Sono a tutti gli effetti dei riti di passaggio che hanno lo scopo fondamentale di dare legittimità e dignità al percorso che l’individuo affronta. Compiendo queste tappe, anche solo a livello rituale, accedendo alla forza del simbolo, si integrano certi aspetti di sé ancora “incompiuti” e ci si allinea al ritmo del macrocosmo.

Mi spiego con un esempio: ci sono persone che hanno un’età biologica di 35 anni, ma non avendo compiuto certi riti di passaggio, emozionalmente restano dei bambini o degli adolescenti e in alcune circostanze, soprattutto a livello affettivo, si comportano ancora come tali. Faranno senz’altro anche fatica a entrare nel ciclo esistenziale successivo, in questo caso quello dei 42 anni.

E non serve a nulla raccomandargli di “non fare il bambino”, perché “ormai sei grande!”,semplicemente perché non è vero, lo sono fisicamente e mentalmente ma la loro affettività è ancora nel bambino che sta cercando la sua mamma o nella bambina che sta cercando il suo papà. Il counselor del senso di vita deve essere in grado di aiutare i suoi clienti a comprendere che cosa li ha bloccati nel ciclo esistenziale precedente e accompagnarli a compiere il passaggio mancato.

Il primo passaggio iniziatico è quello della nascita e l’ultimo è quello della morte. In realtà sono lo stesso passaggio in entrata e in uscita. Questo vale per tutte le culture del mondo. Ci sono persone che sono state traumatizzate durante il momento del parto. Per tante circostanze, perché ad esempio sono nati con difficoltà, oppure perché quando erano nel ventre della madre non sono stati accettati e lo hanno “sentito”. Per loro “rinascere” è liberatorio. Si liberano dalla memoria inconscia relativa alla loro nascita e sperimentano una nascita nuova, dove vengono al mondo con amore e si sentono fiduciosi e pronti a loro volta ad accogliere gli altri.

Dopo il contrastato e intenso momento dell’adolescenza, in cui si combatte una battaglia per stabilire un senso di identità e competenza sociale come personalità indipendente e una lotta parallela per superare le tentazioni regressive verso la madre e il passato… si arriva al passaggio fondamentale dei 21 anni, dove a tutti gli effetti si entra nel mondo degli adulti e il rapporto con il mondo e gli altri cambia. Non è un caso che la maggiore età un tempo fosse fissata proprio a 21 anni.

La fase che va dai 21 ai 42 anni ha a che fare con l’amore coniugale, che presuppone l’accettazione volontaria di legami responsabili e con l’assunzione del ruolo genitoriale. L’esperienza dell’innamoramento si ha quando un uomo o una donna incontrano le personificazioni viventi del proprio principio animico. Il successo di un’unione dipende dal grado in cui ciascun partner riesce a perdonare l’altro per quegli aspetti del suo archetipo controsessuale che non incarna completamente e dalla misura in cui ciascuno dei due è capace di amare l’altro e accettarlo così com’è. Riconoscendo come fondamentale nel legame con l’altro la possibilità dell’integrazione con l’altra parte di sé.

Persone che di solito sfuggono il sesso opposto, che restano scapoli o nubili o che non riescono a tenere nessuna storia, generalmente lo fanno a causa di un rapporto inappropriato con il genitore del sesso opposto che ha provocato la rimozione e l’atrofia dell’Animus/Anima. Quando  l’Io è influenzato dall’archetipo controsessuale, diviene incapace di realizzare il principio sessuale appropriato al suo genere biologico (ad esempio una donna durissima può essere ancora sottoposta all’influenza del bisogno del padre e  un uomo debole può essere dominato dal bisogno irrisolto della Madre).

Nel matrimonio la fusione estatica dell’uomo e della donna deve essere intesa come simbolo vivente del Misterium coniunctionis, la coincidentia oppositorum, il simbolo dell’individuazione alchemica. Il matrimonio ( inteso non tanto in senso burocratico o religioso, ma in senso sacro e spirituale) è una via speciale verso l’individuazione perché la caratteristica di questo stato è la mancanza di vie di fuga, è una istituzione sacra perché è un giuramento “finché morte non ci separi”.

L’incontro di due personalità è simile alla mescolanza di due diverse sostanze chimiche, il legame le trasforma entrambe in una entità superiore. L’alchimia consiste in qualche modo nel collegare il microcosmo con il macrocosmo, il fuori con il dentro, il personale con il transpersonale, il Sé con l’Io.

Scopo principale dell’Opus psychologicum è la presa di coscienza, ossia in primo luogo l’azione mediante la quale si rendono coscienti i contenuti fino a quel momento proiettati. Un tale sforzo porta poco a poco alla conoscenza dell’altro come pure di sé e quindi alla distinzione tra ciò che uno è realmente e ciò che viene su di lui proiettato o ciò che egli fantastica nei riguardi di se stesso.

- Quando arriva il momento “critico” dal punto di vista del ciclo esistenziale ?

A 42 anni, con sfasature di qualche anno in più o in meno rispetto a questa soglia.  A metà della vita inizia la fase decrescente, la conversione della direzione: arrivati al picco quel che era salito deve scendere. Per i primi quaranta anni viviamo con l’impressione di una eterna crescita, la vecchiaia e la morte sono troppo lontane per riguardarci. Ma arrivati alla sommità possiamo gettare lo sguardo dall’altra parte; è il momento delle domande esistenziali e degli interrogativi interiori: che cosa ho fatto della mia vita? Cosa devo fare del tempo che mi resta? Non è un caso che questa sia l’Era della rimozione della Vecchiaia e della Morte, né che sia l’Era del vuoto di Senso e di conseguenza l’Era dell’Attaccamento e della Dipendenza. Di tutte le Dipendenze.

La crisi della mezza età è un periodo che registra un tasso elevato di suicidi, depressioni e divorzi, però può essere considerata come una occasione per fare il punto della situazione, fare un bilancio e prendere decisioni che possano ri-centrarci rispetto ai valori e agli ideali che ci animavano da giovani. Possiamo impegnare la Conoscenza e il Potere (poter fare) accumulati per operare nella direzione del Senso.

Quel che occorre è un inventario interiore, fare il punto di cosa si è raggiunto ma anche di ciò che non si è fatto e che rimane in noi da realizzare. La Crisi della mezza età non è solo il rimpianto per il tempo perduto ma anche un momento nel quale fare il punto, prendere decisioni e trasformare in nuove opportunità qualcosa che non va bene. E’ una domanda esistenziale che chiede risposta. La risposta è una scelta radicale, una decisione verso ciò che è essenziale e una rinuncia all’effimero: le maschere sociali, l’egocentrismo, il potere come imposizione, i compromessi meschini. Il tema della seconda metà della vita è la rinuncia, ma non la rinuncia rassegnata e frustrante, bensì la rinuncia volontaria che rende sacro l’operare.

Le persone sono sulla soglia della mezza età  hanno solo due alternative:
o si trasformano o si sclerotizzano. Il modo in cui affrontiamo la crisi della metà della vita determina se sceglieremo o no il cammino di  individuazione. L’individuazione è il processo biologico attraverso il qual ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio. Nel corso della crescita ognuno di noi ha subito una qualche distorsione e deviazione dall’intento archetipo primario e nella metà della nostra vita nessuno può sperare solo di essere un pallido riflesso del Sé. (Chi è senza peccato/errore rispetto al Valore?)

Individuazione significa illuminazione: aprire gli occhi, divenire consapevoli dell’Altrove e rimanere costantemente disponibili alle possibilità di crescita e sviluppo della nostra vita. Diventare ciò che si è, vincere il dominio delle opinioni inculcate, allontanarsi dai valori banali della cultura di massa e confrontarsi con i simboli della Filosofia Perenne, secondo una modalità unica e originale. Se nella seconda metà della vita si continua a vivere alla ricerca delle soddisfazioni biologhe e psichiche (necessarie ma insufficienti) senza prendere coscienza dei bisogni del Sé spirituale, allora si fallisce il compito, e la vita come crescita è finita.

Il tema centrale del Life Counseling è questo: il principio di crescita, sviluppo, realizzazione dellla unica possibilità del Sé in questa Vita. Scegliere l’individuazione significa aprire gli occhi sulla prospettiva della vecchiaia, procedere in armonia con il tempo che, che su questo piano, scorre. Ma anche del tempo che su altri piani è l’Eterno Presente. Trascendere la paura della morte e riconoscersi come espressione unica di tutto il creato. Così si entra nella dimensione religiosa: re-ligio, rilegare ciò che fu unito. Ciò che sta in Alto e ciò che sta in Basso, ciò che non si può separare. Vivere l’avventura dell’Io non come conquista del mondo per sé, ma come compito di esplorazione e conoscenza affidatoci dal Sé.

Jung ha dichiarato che tra tutti i suoi pazienti che avevano superato i 35 anni di età, non ce ne fù neanche uno il cui problema non fosse, in ultima analisi, quello di trovare un orientamento religioso nella vita. Jung Considerava la religione, intesa come esperienza soggettiva del divino, un’esigenza archetipica di base della natura umana. La religione in questo senso è più giusto chiamarla Spiritualità, dall’esperienza umana ad un contesto trascendente, rendendo possibile la consapevolezza spirituale di essere partecipi di un destino più elevato rispetto agli obbiettivi limitati dell’io personale.

L’incarnazione è l’unico obbiettivo che inquadra l’umanità in modo significativo nello schema cosmico delle cose, perchè conferisce significato alla vita dell’uomo e,tramite l’umanità, a tutto il Creato. Nella realizzazione della piena umanità si realizza al tempo stesso la propria unicità e la propria irripetibilità. Il valore assoluto della vita sta proprio nel suo essere incarnazione dell’Essere, possibilità irripetibile di conoscienza che l’Amore ha di se stesso, ogni vita è una modalità irrinunciabile di realizzazione di questo compito: mostrare all’Amore tutte le sue possibilità di Essere Cosciente.

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